Un arcobaleno all’Ariston, una battaglia comune per la civiltà

Pochi anni prima di lasciare questo mondo, Oriana Fallaci scriveva che «vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo». La sua posizione riguardo le unioni omosessuali è nota, e probabilmente, visto quello che sto per scrivere, il rischio minore che corro citandola in premessa è una fulminazione istantanea; ma se qualcosa ho imparato dal suo insegnamento, allora credo valga la pena di correre ogni rischio.

A tenere banco sui social negli ultimi giorni è stata l’iniziativa, promossa dal blogger Andrea Pinna e indirizzata ai concorrenti del Festival di Sanremo, di portare all’Ariston un simbolo dai colori dell’arcobaleno per sostenere le unioni civili e il ddl Cirinnà, attualmente in discussione al Senato. Numerosi artisti da Noemi a Ruggeri, dai Bluvertigo ad Arisa, da Rocco Hunt a Valerio Scanu, dai più giovani ai veterani, passando per le nuove proposte, hanno accolto l’invito e si sono presentati sul palco mostrando o indossando richiamo arcobaleno «per far presente alla nostra classe politica», queste le parole dell’ideatore, «che l’amore ha gli stessi diritti per tutti, e che quello che chiediamo è condiviso davvero dalla maggioranza del Paese, non solo da chi ne verrebbe beneficiato». Certo, le reazioni stizzite non sono mancate. Tra i contrari all’iniziativa si sono distinti, tra gli altri, Mario Adinolfi e Daniela Santanchè, che su Twitter hanno avuto da dire quanto segue:

È superfluo specificarlo, ma a scanso di equivoci può essere utile ricordare che Mario Adinolfi è l’ex deputato PD rimasto in mutande (dopo aver perso le braghe) nel suo primo giorno da parlamentare a Montecitorio nell’atto di stringere la mano al presidente della Camera, mentre Daniela Santanchè è la deputata di Forza Italia che nel 2008 (all’epoca candidata premier de La Destra) rimproverava a Silvio Berlusconi di avere delle donne una visione «orizzontale». Intanto dalle fila di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale giunge la notizia dell’intenzione del capogruppo alla Camera Fabio Rampelli di presentare un’interrogazione in Vigilanza contro quella che definisce una «chiara propaganda politica da parte della Rai a sostegno del matrimonio gay e dell’adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali».

Arrivare a cogliere proprio quest’anno nell’ambito del Festival una propaganda politica è quantomeno singolare, e lo è tanto più perché l’accusa è paradossalmente rivolta alla televisione di Stato, la quale risulta estranea a tutta la faccenda. Di propaganda politica se n’è certamente fatta in passato, magari velandola con una risata e portando ripetutamente i salotti televisivi ad ammorbare per giorni i telespettatori col tentativo di sbrogliare l’atavico dubbio su quale sia, e se ci sia, un confine che non debba essere valicato tra politica e spettacolo, tra satira e propaganda. Sono ormai lontani gli echi dei fischi indirizzati a Maurizio Crozza e le invettive di Benigni contro Berlusconi, il Festival di Fabio Fazio intrecciato con le elezioni politiche e amministrative del 2013 e pure l’edizione dello scorso anno a cavallo dell’elezione del presidente della Repubblica. Ma la percezione che se ne ha è che mai come quest’anno una battuta politica sarebbe risultata fuoriluogo e fuori dal tempo; e infatti non c’è stata. E non avrebbe avuto motivo d’esserci. Abbiamo riso e gioito con l’estro e l’arguta comicità di Virginia Raffaele, che mai, neanche per un solo istante, ci ha fatto rimpiangere la satira politica degli anni passati. Ho tremato alla battuta di Brignano – Carlo come si chiama tuo figlio? Matteo. Ah, Matteo! -, ho pensato: Adesso tira fuori Renzi o Salvini. E invece no, non lo ha fatto. E mi sono sentito così stupido per averlo pensato, perché la nostra mente è ormai assueffatta a certe logiche.

Ostinarsi a trovare una polemica laddove basterebbe il solo buonsenso a svilirne la ricerca è, questo sì, tendenziosamente propagandistico. A chi può nuocere una simile iniziativa, che – diciamocelo – non scompone minimamente la discussione parlamentare? Chi può sentirsi offeso per dei nastri appesi all’asta di un microfono, per una pochette inserita nel taschino di una giacca, per un braccialetto avvolto a un polso, per un adesivo incollato sulla cassa di una chitarra, per una toppa cucita su un cappello? La potenza di questa iniziativa sta proprio nella sua semplicità, nella sua spontanea naturalezza, nella sua normalità. Un messaggio di luce, speranza e civiltà. Una sfida morale sulla quale le coscienze sono chiamate a scommettere indipendentemente dall’orientamento sessuale, perché la conquista di un diritto anche solo di una parte minuta della società è una conquista della società tutta. Una normalità che non necessita di espedienti retorici per essere spiegata e che, nondimeno, arriva forte e chiara. Proprio quella normalità deve ispirarci affinché un domani possiamo guardare a questi giorni e stupirci di quanto strano ci appariva ciò che allora ci sembrerà normale.

Oggi non è l’amore tra le persone che deve spaventarci, quanto l’odio e ogni retaggio anacronistico di certa ideologia che già troppo male ha fatto a questo Paese; quella stessa ideologia che le ore di filosofia spese al liceo ci spiegavano essere un’interpretazione alterata e distorta della realtà. La storia ci insegna che la battaglia per la civiltà è predestinata ad essere vincente. Non saremo certo noi, in questo particolare momento storico, a sovvertire le leggi del mondo. Passeranno gli stornelli sanremesi come i cinguettii dei benpensanti. Arriverà il giorno in cui il sole scaccerà la tempesta e, penetrando coi suoi raggi i residui di pioggia, illuminerà il nostro cielo coi colori dell’arcobaleno.

 

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Breve considerazione sul valore della libertà

Più volte nelle ultime ore ho provato a scrivere un articolo sugli attentati di Parigi, ma ad ogni tentativo ho fallito nel trovare parole capaci di esprimere appieno le mie sensazioni. Per tutto il pomeriggio mi sono misurato con la voglia che celava il bisogno di riordinare i pensieri e tradurre in sillabe le mie impressioni; eppure sempre, ogni volta, le mie dita parevano ghiacciarsi a pochi passi dalla tastiera, come sferzate da un gelo improvviso. Anche sui social network, dopo i commenti della prima ora, non ho più fatto interventi diretti; seguendo l’esempio di alcuni, sono arretrato in seconda fila, a fare i conti con la mia svilente incapacità di formulare un pensiero che in quel brulichio concitato d’opinioni non risultasse così miseramente retorico.

In questi giorni ho speso buona parte del mio tempo per seguire i fatti attraverso le dirette televisive e il web; per seguire, e forse anche per capire. Ho visto tante immagini, ho ascoltato tanti discorsi; ho letto molti articoli e molte considerazioni personali. In rete ho  trovato di tutto, tutto e il contrario di tutto. Accanto ai pensieri sinceramente commossi di chi partecipava del dolore dei familiari delle vittime, ho letto chi rivendicava con orgoglio di non avere paura, chi esortava all’amore e all’unità, chi puntualizzava le responsabilità della fede, chi additava la religione, chi invocava la guerra. Ho letto chi rimproveava di non aver visto la stessa compassione per altri Paesi; ho visto qualcuno sovrapporre alla propria foto le bande del tricolore francese; ho letto qualcun altro contestargli di non averlo fatto in altre occasioni con le bandiere di quegli altri Paesi. Ho letto diatribe sulla necessità di lottare e la resa di alcuni. Ho letto critiche, attacchi, offese, bieche ironie, vaghe generalizzazioni. Ho letto richiami alla preghiera e inviti alla prudenza; ho letto paragoni con la mafia, con le crociate, accuse allo Stato. Ho letto, addirittura, chi criticava la decisione di Roma di spegnere le luci del Colosseo, perché pare sarebbe stato più “giusto” illuminarlo coi colori della bandiera francese, come è stato fatto altrove.

Ho assistito a tutto questo dal retro della cortina di silenzio che ho eretto. Ho ritenuto giusto fare così, ed è stato giusto per me. Ad altri la scelta del silenzio potrebbe apparire come una scelta d’omertà, ed è legittimo pensarla anche così. Così come va bene tutto quanto è stato scritto, dalla manifestazione più sentita di cordoglio alla polemica più insulsa. Perché siamo liberi, liberi di esprimerci e liberi di leggerci. La libertà, principio supremo sul quale fonda la nostra educazione, non è solo il dono più prezioso che abbiamo ereditato da chi a lungo ha lottato, col sudore e con il sangue, per la sua conquista; è anche un bene tanto fragile. Certo, la storia ce lo insegna, ma è il presente – oggi più che mai – a sputarcelo in faccia. A chi si era presa gioco della sua malattia, una donna un giorno rispose così: «Giovanotta, essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell’esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare. Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate».
Quella donna, piaccia o meno, si chiamava Oriana Fallaci.

Cigno

S’alza lenta all’ombra del tramonto
la carezza materna della luna
sulla città che s’assopisce quieta
sotto il cielo tinto di pervinca.

Altèra la notte si stende sui filari frondosi
dei bagolari estivi, il mito si rinnova alla terra:
ali impavide si spiegano eterne al firmamento,
del prim’uomo asperge l’antica meraviglia.

Nettare stilla dalle luci immortali,
d’esso si nutrono gli effimeri occhi;
nello stupore che imperla l’aere terso
affoga e trova forma l’umana debolezza.

Sì come stai, io sto, maestoso cigno,
lo sguardo rivolto a Mezzogiorno,
fra le sorelle stelle cui Giove
ti frappose: immoto e solenne,

nell’infinita condanna: infausta brama
dell’agognato volo. Ambire al sogno
e sospeso, nell’imminente atto,
poi restare.

D. B., luglio 2013

In copertina la costellazione del Cigno (immagine tratta da premioceleste.it)

Il rischio del quadrato nero

Nel fervente marasma delle avanguardie artistiche del primo Novecento, un’esperienza che credo meriti una menzione speciale è quella del Suprematismo russo e di Kasimir Malevich, suo fondatore e, di fatto, suo unico esponente. Forse l’argomento non si preannuncia propriamente esaltante, ma mi offre comunque lo spunto per condividere una riflessione. Purtroppo l’operato di Malevich è ancora oggi poco conosciuto nel mondo occidentale, rimasto a lungo oscurato dalla cortina di ferro. Ciononostante, le intuizioni e il coraggio dell’artista sono riusciti a permeare il fermento culturale del secolo scorso, tant’è che ormai universalmente Malevich è riconosciuto come uno degli esponenti principali dell’arte d’avanguardia.

Nel saggio del 1920 dal titolo Il Suprematismo ovvero il mondo della non rappresentazione, Malevich formalizza con queste parole la corrente artistica cui aveva dato vita 7 anni prima: «Per suprematismo intendo la supremazia della sensibilità pura nell’arte. Dal punto di vista dei suprematisti le apparenze esteriori della natura non offrono alcun interesse; solo la sensibilità è essenziale. L’oggetto in sé non significa nulla. L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione». Nella visione di Malevich, l’arte esprime la superiorità assoluta della sensibilità dell’artista rispetto all’oggettività delle cose. L’oggetto in sé non ha alcun valore, è privo di significato; quel che importa è il sentimento più intimo del soggetto. La pittura si slega dall’oggettività delle apparenze, e abbandona ogni forma di figurativismo o descrittivismo naturale per farsi veicolo di una visione soggettiva. Il Suprematismo si svincola da ogni legame col mondo sensibile e punta a rappresentare la purezza del pensiero, che diventa presso l’artista una combinazione astratta di forme geometriche.

Difatti, l’opera suprematista più rappresentativa è Quadrato nero su fondo bianco, che Malevich realizza nel 1915 ed espone appesa in alto, nell’angolo tra due pareti, nel posto che, nella cultura ortodossa, è riservato alle icone; un’icona è infatti quest’opera per la neonata avanguardia. Il quadrato nero, in quanto forma geometrica perfetta, è pura astrazione, non appartiene alla realtà tangibile delle cose, quindi si presta a rappresentare, nello spirito suprematista, la sensibilità del soggetto, ovvero la sfera non oggettiva dell’interiorità; per contro, il fondo bianco, contro cui il quadrato si staglia, vuole rappresentare tutto ciò che è esterno al soggetto, quindi oggettivo e, per l’artista, privo di interesse. Il quadrato, con i suoi lati e i suoi angoli tutti uguali, diventa l’emblema della rinuncia alla rappresentazione creativa; anche il rifiuto dei colori emerge con la scelta del bianco e del nero, che appunto colori non sono, ma solo due opposti, che esaltano il contrasto tra l’oggetto e il soggetto, l’io interiore e il nulla esterno.

Quadrato nero su fondo bianco (e altre opere), Kasimir Malevich, 1915

Se le opere astratte si prestano facilmente ad essere banalizzate dall’osservatore frettoloso («ma questo sapevo farlo anch’io!»), è perché l’approccio all’astrattismo richiede uno sforzo mentale non indifferente: non solo l’umiltà di rimettere in discussione il proprio modo di concepire l'”arte”, ma soprattutto l’abilità di riconoscere la ricerca filosofica che è a monte dell’opera. L’astrattismo, nel cui filone si inserisce l’astrazione geometrica di Malevich, vuole rappresentare una realtà che non è più quella visibile. Malevich concepisce un’arte che si slaccia dalla visione oggettiva delle cose, nega l’esteticità dell’opera e rifiuta qualsiasi relazione con l’apparenza esteriore. Le avanguardie intendono sovvertire i canoni tradizionali per rompere definitivamente con il passato, e l’intensa attività di ricerca e sperimentazione che ha caratterizzato i primi decenni del Novecento (sono gli anni a cavallo della Grande Guerra, dal 1905 con l’Espressionismo agli anni ’20 con il Surrealismo) non è che la diretta conseguenza di questa volontà di rottura.

L’esperienza suprematista risulta tanto più grandiosa se pensata entro il contesto storico-culturale, ancora fortemente ottocentesco, in cui è maturata. Se tuttora l’osservatore inesperto fatica a riconoscere alle opere d’avanguardia la dignità dell’arte, si pensi quanto folle dovesse apparire l’espediente suprematista agli occhi dei contemporanei, ancora legati a una pittura di stampo tardo-romantico. In questo senso, l’esperienza di Malevich non risulta solo originale, ma anche rivoluzionaria. Con le sue monocromie, egli è stato capace di spingersi laddove nessuno, fino ad allora, si era arrischiato, pervenendo al confine estremo dell’arte e, di fatto, al suo totale annichilimento. Perché rimossi dalla tela il colore, la prospettiva e la forma, cosa rimane se non il nulla?

La scoperta di Malevich mi ha restituito il sapore adrenalico d’un viaggio avventuroso. Questa è almeno la sensazione che ho provato da neofita accostandomi all’artista, e in questo credo risieda del resto la grandezza del suo operato: il coraggio d’avventurarsi ramingo per lande inesplorate, correndo il rischio di rovesciare le regole e sconvolgere le attese. Il coraggio è il discrimine tra chi è artista e chi rimane ad osservare. Proiettando nel quotidiano l’esperienza delle avanguardie, mi piace trarne un implicito monito a rischiare, a rigettare gli schemi, a superare le convenzioni, a dubitare delle convinzioni. Una ricerca continua, come quella dell’artista verso l’astrattismo assoluto: distruggere, azzerare, e ripartire. Emergere dal fondo bianco, come un quadrato nero. Anche a costo di non essere compresi dall’osservatore di passaggio. Dopotutto, egli passa. L’opera, essa sola, invece, resta.

Nell’immagine di copertina, Quadrato nero su fondo bianco di Kasimir Malevich.
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Che cosa sono le nuvole – 2/2

Oramai non ci sorprendiamo più a guardare alle cose con occhi da adulto; la vera sorpresa sarebbe riscoprirle con gli occhi del bambino che siamo stati. Gran parte di quanto ci circonda è ormai offuscata dall’abitudinarietà, filtrata dalle trame della consuetudine. Càpita sempre meno spesso di lasciarsi coinvolgere dalla bellezza delle cose. Ricordo una lezione di filosofia al liceo: «la meraviglia è l’origine della filosofia», ci fu spiegato. Filosofo è l’uomo che si lascia meravigliare dalla bellezza del creato; la meraviglia è il senso di stupore che spinge l’uomo a interrogarsi sulle cose e se stesso. «È proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo», scriveva Platone. Non importa che il mondo sia fatto di numeri, che tutto scorra o che Achille non possa superare una tartaruga; la bellezza metafisica del mondo prescinde intatta ogni fantasiosa interpretazione che se ne possa dare. Anzi, quella bellezza sublima nella ricerca che ne fa l’uomo; qualsiasi sia la soluzione cui pervenga.

In Che cosa sono le nuvole di Pasolini emerge una visione chiara dell’esistenza umana: ci sono solo due momenti nella vita che avvicinano l’uomo al numinifico; il primo è senz’altro la nascita; l’altro, che al primo converge a chiudere il cerchio, si potrebbe dire che è la morte, ma più genericamente è il momento in cui l’uomo riesce a liberarsi dei condizionamenti esterni. Tutto quello che passa attraverso questi due momenti è vita, ovvero recita.

Appena completata, la nuova marionetta Otello viene portata nel ripostiglio dove sono custodite le altre, già appese ai loro fili. Otello, nuovo alla vita, è felice, raggiante, festoso: «Quanto so’ contento!», esclama. «Eh, beato te!», gli fa Iago. Otello, con aria trasognata: «E  perché so’ così contento? Perché?», chiede. Risponde Iago:«Perché sei nato!». «E che vuol dire che so’ nato?», si chiede ancora Otello. «Che ci sei», conclude Iago. Essere felici per il solo fatto di esserci, cioè di esistere! Ma ben presto l’entusiasmo di Otello viene soppiantato da sentimenti negativi suscitati nel corso dello spettacolo dall’interazione con le altre marionette; Otello scopre la cattiveria, la delusione, il tradimento, la vendetta, addirittura la pulsione all’assassinio. Solo dopo che il pubblico in sala interviene per fermare l’atroce gesto, Otello e Iago, rovinati e moribondi, vengono portati in discarica; e lì, per la prima volta all’aperto, finalmente privi dei fili che li costringevano sul palcoscenico, si lasciano incantare dalla bellezza delle nuvole. E scoprono la libertà.

Nel mondo dei grandi, come nel teatrino sgangherato di Pasolini che di quello è metafora, ogni gesto risponde a un copione prescritto. Chiudendo gli occhi, isolati dai rumori esterni, possiamo sentire lo scricchiolio delle tavole di legno sotto i nostri piedi. Viviamo trattenuti su un palcoscenico: non c’è autenticità, non c’è spontaneità. Rapiti – come siamo – dalle contingenze della quotidianità, sempre più di rado troviamo il tempo per alzare gli occhi al cielo, per guardare le nuvole e abbandonarci alla loro meravigliosa bellezza. Così strattonati dai fili che ci tirano dove gli altri ci vogliono, non ci sorprendiamo più, non ci stupiamo più. Viviamo nell’ombra di una realtà strutturata, dove nostri bisogni diventano le mancanze degli altri, nostre prerogative le loro aspettative, nostre angosce i loro fallimenti.

Le nuvole non sono che la simbolica testimonianza di quella verità che è ben oltre le cose. Confusi, andiamo cercandola nei pochi istanti di distrazione che ci sono concessi: «Ma qual è la verità? – si chiede Otello, in un momento di pausa tra una scena e l’altra – È quello che penso io de me, o quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là lì dentro? [il burattinaio]». Iago risponde«Cosa senti dentro di te? Concentrati bene… cosa senti, eh?»«Sì, sì, si sente qualcosa che c’è!»«Quella è la verità! Ma sst…non bisogna nominarla, perché appena la nomini, non c’è più…».

La verità non ha nome, è nascosta oltre le cose. Solo quando anche noi, come Otello e Iago, saremo proiettati fuori dall’ambiente angusto del teatro che ci vede attori inconsapevoli, potremo forse avere accesso a quella verità che qui, su queste assi di legno, ci sfugge. Solo quando saremo lontani dalle influenze del palcoscenico, lontani dal pubblico che ci osserva, lontani dal burattinaio che ci manovra, potremo conoscere la verità. Intanto non ci è dato che da recitare la parte che per noi è stata scritta.

Un altro tuono ora mi sorprende. Non importa cosa sia: qualsiasi spiegazione possa darne da quaggiù – sia quella favolistica del bambino, sia quella rigorosa dello scienziato – sarà solo un tentativo di capire il tuono. La verità assoluta delle cose sfugge alla formalizzazione delle parole, perché non sono le parole il mezzo attraverso cui si manifesta. Ogni intuizione che se ne può avere scompare nel momento stesso in cui viene nominata, nel momento stesso in cui si prova a dire cos’è. Ogni tentato slancio verso la verità è destinato a riprecipitare su questa terra, fra questo lerciume di discarica. La verità delle cose sfugge ai nostri sensi; come un alito di vento, che gli occhi non possono vedere se non attraverso le conseguenze che reca. E qual è la conseguenza della verità se non la straziante meravigliosa bellezza che ci è data?

Per leggere la prima parte clicca qui.
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L’immagine di copertina è tratta da dreamatico.com.

Che cosa sono le nuvole – 1/2

Oggi sarei voluto andare in spiaggia, a testare una volta di più, come se ancora avessi bisogno di prove, la credenza popolare, tutta marinaresca, secondo cui il mare di settembre è il più bello dell’anno. Ma per il tempo incerto, complice, non nego, una forma di pigrizia latente, alla fine ho preferito cambiare programma e così sono rimasto in casa a godermi al riparo il suono della solita, puntuale, noiosa pioggerellina di fine estate che intanto aveva cominciato a cadere.

Non so bene perché tra la gente della costa sia così diffusa la credenza che il mare di settembre sia speciale. È una storia che si tramanda di padre in figlio, quasi fosse una leggenda. E come tutte leggende, alla fine non si sa più se sia vera o sia falsa. Dopotutto il mare settembrino non dovrebbe essere poi tanto diverso da quello dei due mesi che lo precedeno. Eppure da queste parti ne siamo tutti convinti: c’è qualcosa di diverso che il nuovo mese reca al nostro mare. La leggenda si rinnova già nelle ultime giornate d’agosto: eh adesso che arriva settembre vedrai che mare! La si sente ripetere come una profezia dei locali ai forestieri di passaggio: eh non sa a settembre che mare si perderà! Puntualmente, ogni anno, sembra rinnovarsi lo stesso misterioso incantesimo. Sarà forse che volgendo a compimento la bella stagione, gli schiamazzi sulla spiaggia vanno via via spegnendosi, sarà che lentamente i colori vanno diradando, che le onde si spingono sempre più lunghe a cancellare le buche ormai abbandonate dai bambini. Ogni cosa pare gradualmente tornare al proprio posto; tutto sembra riordinarsi in un arcano equilibrio, che l’estate irruenta aveva sconquassato. Ora le voci si confondono nella brezza che diventa più fresca, la salsedine si fa pungente sulla soglia delle narici. È vero: il mare di settembre ha il fascino misterioso delle cose ritrovate, che tornano inattese, come oggetti smarriti, che si cercano a lungo e che poi all’improvviso ricompaiono.

Oggi lo penso da lontano questo mare funestato dalla pioggia. Settembre ha ormai spento le luci dell’estate, e finalmente torna a noi, noi abitanti della costa, suoi figli ingrati. Torna a noi, dopo esserci stato così brutalmente strappato. Una pace conciliante si stende ora come un velo di Maya su questo arenile che fino a poco tempo fa era tanto rumoroso.

Ritrovarlo così silenzioso e solitario è ogni volta una nuova scoperta. Per un attimo sembrano crollare tutte le mie piccole, poche certezze: dov’era questo mare fino a qualche tempo fa? Com’è possibile che non l’abbia visto pur venendoci tutti i giorni? Settembre spira un’aria diversa, che mi regala un brivido alla schiena. Io sono nato e cresciuto qui. Che meraviglia.

Mi viene in mente la scena finale dell’episodio Che cosa sono le nuvole firmato da Pasolini per il film Capriccio all’italiana: ci sono due marionette morenti, rovinate, private dei fili e abbandonate tra i rifiuti di una discarica, dove sono state condotte dall’immondezzaro Modugno dopo essere state distrutte dal pubblico che assisteva in sala al loro spettacolo. Sono Otello e Iago, interpretati da Davoli e Totò, che ormai lontani dalle tavole del loro claustrofobico teatrino, si ritrovano all’aperto e per la prima volta, in mezzo al lerciume che li circonda, scoprono la bellezza del mondo che li sovrasta: «E che soquelle?» chiede Otello. «Quelle sonosono le nuvole!» risponde Iago. «E che so‘ ste nuvole?», «Mah!» fa Iago. «Quanto so’ belle, quanto so’ belle… quanto so’ belle…» si lascia andare Otello. E Iago: «Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato!».

Istintivamente la memoria mi fa fare un salto all’indietro, come fossi un sommozzatore in procinto di tuffarsi dalla barca. Mi torna alla mente un buffo ricordo: ero all’asilo, fuori il temporale imperversava, forse incalzata dalla domanda di uno di noi bambini, la maestra provò a spiegarci cos’era il tuono: il tuono è il rumore che fanno le nuvole quando si scontrano nel cielo.

Mi rivedo bambino tornare a casa, forte di quella nuova scoperta. Ora sapevo qualcosa di più di quel mondo, allora ancora tanto piccolo, che mi ruotava attorno. Ora sapevo cos’erano i tuoni! Chissà per quanto tempo ho creduto a quella fantasiosa spiegazione, chissà a quanti l’ho raccontata con fierezza! Oggi sorrido di quel bambino che aveva creduto alla storia dei tuoni, sorrido di quella favolistica teoria. E com’è amaro questo sorriso che tradisce le scoperte di quel bambino che sono stato. Quante volte allo scoppio di un temporale sarò corso alla finestra per cercare quelle nuvole, con il naso all’insù, tra le gocce di pioggia che colavano sul vetro freddo. Dovevano esserci! Da qualche parte, là, sopra di me, si stavano sicuramente inseguendo in una corsa avventurosa per scontrarsi e – broom – fare il tuono!

Intanto fuori continua a piovere, come pioveva quando sedevo fra i banchi ottagonali dell’asilo e ascoltavo la mia maestra raccontare dei tuoni. Chissà di quali bei colori la pioggia sta colorando il mare. Chissà che sfumature gli sta donando. Le gocce colano ancora sul vetro freddo della finestra, ma non mi alzo, non corro più a cercare le nuvole, me ne sto su questo letto a rimestare i pensieri. Non c’è cielo sopra di me, solo un asettico soffitto bianco. Non ci sono nuvole in questa stanza. Per quanto i miei occhi possano cercare, rovistare negli angoli, non ci sono nuvole. Ora un rombo mi sorprende. Ecco un tuono, lontano. Da qualche parte nel cielo dev’essere scoppiato un fulmine e l’improvvisa espansione dell’aria attorno alla saetta deve aver causato l’onda d’urto, che propagandosi nell’atmosfera, giunge ora al mio timpano, che la percepisce come un suono.

Non c’è più corsa, non c’è scontro, non c’è battaglia. Non c’è più coraggio, non c’è valore, non c’è vittoria. Eppure le nuvole sono sempre uguali; certo, cangianti nella forma, ma pur sempre uguali nella sostanza. Lo so, non sono le nuvole ad esser cambiate nel tempo, sono cambiato io, sono cresciuto. La crescita implica il cambiamento, ed è giusto che sia così. Guai all’uomo che non vuole cambiare! Crescere significa scoprire, capire, imparare che i tuoni sono nient’altro che un suono; niente più che il rombo di un motore, niente più che il fischio di un treno.

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L’immagine di copertina è tratta da hdwallpapers.in

La notte

Ho scritto questi versi una sera d’aprile di due anni fa ascoltando Oceano di Cacciapaglia. Li semino oggi su questo blog, nella speranza che crescendo possano giungere a chi nella notte si è perso ma non ha mai smesso di cercare la luce.

La notte

Mi guardo intorno,
scruto dai sospiri
più reconditi dell’animo,
e mai il mondo mi è parso
sì estraneo
e distante.

Corro,
fuggo,
scappo dal logorìo della notte.
A piedi nudi, nell’ombra,
nel silenzio del
frastuono
che sol’io odo.
Piano gli occhi s’avvallano,
smagriscon le gote;
cresce lenta sul viso
la barba disfatta.
E intanto
la pioggia cade,
grave e stanca, fatale,
e goccia dopo goccia,
grave e stanca, fatale,
mi bagna. Uno stillicidio
che par battere un tempo
ch’ormai non ha più senso,
né mai ne ha avuto.

E corro,
fuggo
ch’è corsa nel fango è questa vita,
fuga continua.
Ma ad ogni passo più grande
è il peso della notte,
sì lente cedono le gambe,
e piano affondano i piedi
nella melma.
Affondo io. Piano. In silenzio.
Mentre
pallidi volti fuggenti,
affrettati,
fugaci
corrono anch’essi tra pozze,
sugli sterrati; fuggono
s’incontrano, si scontrano
esangui,
esanimi,
estranei gli uni agli altri.
Li vedo correre, fuggire,
e io affondo, e lei cade,
la pioggia cade.
E cala la notte,
col suo manto trafitto di luci
a nasconder la vita.

Non saprei dir se pioggia
o pianto solca il mio viso; forse le due,
frammiste alla terra amara.
Nude e fragili sprofondano le mani
nella terra, e frantumi al tocco
si fan le rose scarne
e morte. Divengon
cenere le foglie
in un sordo
scricchiolìo.
E intanto piove,
sugl’indumenti lisi,
sulle mani impastate di fango,
sui piedi freddi.
Piove,
sulla schiena ricurva,
sul capo chino,
sulle rose morte.
All’improvviso un lampo,
forse un tuono,
il tuo sorriso,
i tuoi occhi,
la tua bocca.

O sogno remoto
e diletto,
avventor
delle mie aride notti,
dimmi: sei solo
illusorio miraggio
o forse realtà?
Tu, eterea creatura
del Creato orgoglio,
lontana e infinita,
tu, piombi meravigliosa
come carezza
a curar gli affanni.
E sorge lento nella notte
il tuo pensiero,
e quest’alba,
essa sola,
è il mio
ristoro.

D. B.

L’importanza di essere isolano – 2/2

Chiunque abbia conosciuto o conosca qualcuno che sia nato su un’isola, per esempio un siciliano o un sardo, avrà certamente avuto modo di sorbirsi almeno una volta, da parte di quest’ultimo, un’apologia della sua terra. È un postulato matematico: chi su un’isola nasce, della sua isola finisce per parlare. E non importa quale sia l’argomento della conversazione, uno spiraglio per inserire la propria isola si trova sempre. Uno sforzo di fantasia, si direbbe; ma neanche troppo: se si parla del tempo, be’ allora lì c’è sempre il sole; se si parla dei trasporti, allora lì ci si muove male perché i collegamenti non funzionano; se si parla del mare, ebbene lì ci sono le spiagge più belle del mondo. Ricordo che una volta il mio coinquilino friulano a Milano mi stava raccontando della sua odissea ferroviaria per tornare a casa e mi diceva che passando dal Veneto al Friuli alcuni scompartimenti del suo treno venivano chiusi; e io? Me ne sono uscito con una frase che, a ripensarci, non avrei potuto concepire al contempo più stupida e più vera: sai che per me che vengo da un’isola fa strano pensare a un treno che attraversi più regioni? Che finita una regione, oltre il confine ne cominci un’altra? Per me oltre il confine c’è il mare! Sorvolerò sul suo comprensibilissimo sorriso misto di sdegno e compassione.

Sono ben consapevole che l’attaccamento di un isolano al proprio piccolo lembo di terra possa apparire ai più morboso, maniacale, infantile, forse addirittura esibizionistico, pura affettazione. Ma non è così, non sempre almeno, e non per tutti. L’attaccamento di cui parlo non è necessariamente una forma d’amore. Un’isola si può anche odiare, anzi spesso un’isola è odiata da chi vi nasce e la vive. Perché non dà prospettive, perché è costrittiva. Basti solo immaginare quanti limiti una terra così piccola possa imporre alla sua gente, quante negazioni, quanti impedimenti. No, l’attaccamento di cui parlo è altro.

Un pensiero per quanto complesso si presta più o meno facilmente ad essere tradotto in verbi, ma con i sentimenti che vivono nel cuore e non nascono nel cervello è più complicato. L’immagine più attendibile che riesco a trovare per descrivere questo legame fra uomo e terra è quella di un cordone ombelicale che assicura il piccolo al ventre della madre. Un cordone flessibile, elastico che unisce il fulcro della persona al baricentro della sua isola. L’isola è madre, l’uomo suo figlio. Qual è quel figlio che potrebbe rimanere indifferente al cospetto della madre? Questo legame è sì, una piccola fune elastica, che non trattiene, non ostacola, anzi si deforma, si allunga per consentire a chi è avvinghiata di spostarsi, perfino allontanarsi; ma più grande è il passo di costui, più lungo si fa l’allontanamento, più intensa allora è la forza con cui quella fune inizia a tirare. E tira, inevitabilmente tira. E non v’è uomo sulla terra che non senta quella forza, che non senta il richiamo della sua terra lontana. Che sia odio o sia amore, nessun sentimento può opporsi a quella forza. L’isola chiama con la sua voce suadente; è una sirena che ammalia col suo canto ingannevole. Ma non è l’inganno della perfidia, è piuttosto l’amore materno, genuinamente egoista, che vuole a sé i suoi figli.

Parlare di un’isola con chi ci è nato e per qualche motivo ha dovuto lasciarla è un’avventura che richiede un certo spirito di sopportazione! Il passo perché quella conversazione si trasformi in un noioso monologo da dissertazione accademica è breve; vedreste gli occhi del vostro interlocutore brillare di una luce inusuale, fiera; il suo viso illuminarsi, sentireste la sua voce assumere il tono orgoglioso del genitore che racconta le prodezze del proprio figlio. È capitato anche a me di braccare una mia amica che mi chiedeva quali zone potesse visitare nella mia isola in vista di un possibile viaggio estivo: allora, vediamo: be’ Taormina è fantastica, Catania è bella, le Eolie non puoi perdertele, ma c’è anche Siracusa, e Vittoria, Ragusa è fantastica, poi il barocco di Noto, ma diciamo che tutto il Val di Noto merita, è anche patrimonio dell’Unesco, e la valle dei templi, ma anche le spiagge bianche di Scala dei Turchi, c’è pure una cattedrale sotterranea ricavata nella roccia, poi sai che a Piazza Armerina c’è un mosaico che mostra due donne che giocano a palla indossando il primo bikini della storia? a te piace il cioccolato, non puoi non vedere Modica, anche Trapani è carina, di fronte ci sono le isole Egadi, e San Vito lo Capo, devi assolutamente assaggiare il couscous, poi Palermo, Cefalù, i Nebrodi, le Eolie. Praticamente le ho fatto fare un giro virtuale della Sicilia senza rendermene conto. E non so se per completezza d’informazione o per sfinimento… alla fine ha scelto la Puglia!

Un’isola per un isolano è come la terra per una piccola pianta costretta in un vaso. Concentrato di contraddizione: sintomo di costrizione, ma pur sempre fonte di vita. Le radici della pianta si infittiscono sul contorno della zolla perché non possono diramarsi, non possono espandersi nello spazio, le pareti del vaso le ostacolano, impediscono loro di estendersi oltre. E così è per l’uomo la sua isola. I confini dell’isola sono come le pareti di un vaso, una barriera che costringe le radici a pregnare il più possibile quel poco di terra che è dato loro. La stringono, quasi la stritolano. Più piccolo è il volume di terra entro il vaso, più fitto sarà quel groviglio di radici. Come una pianta in un vaso è radicato l’uomo alla sua terra. E più piccola è la sua terra, più fitto sarà il radicamento.

L’identificazione di un isolano con la sua terra è totale. Penso spesso a una frase pronunciata dall’astronauta siciliano Luca Parmitano di ritorno dalla sua esperienza in orbita: mai come nello spazio ti accorgi che i confini non esistono. E a ben guardare è vero: queste parole fanno riflettere su come le frontiere siano pure costruzioni mentali, barriere immateriali, artifici dell’uomo, irreali. Ma c’è anche un’altra chiave di lettura: se è vero che i confini politici fra regioni e Stati sfumano e si confondono nella continuità delle terre emerse, in qualsiasi istantanea presa dall’alto, i contorni delle isole risaltano nella loro perfetta definizione. Si pensi alla Sicilia, tanto per dirne una. La sua forma triangolare così netta, quasi perfetta, la rende inconfondibile, quasi un’icona, un simbolo riconoscibilissimo. Lo stesso, invece, non può dirsi per le regioni interne; la Lombardia per esempio, o l’Umbria, i cui confini si mescolano con le terre circostanti.

In questo senso, l’isola non è mera terra fra altra terra; è la terra, circoscritta e finita. È una ferita aperta nell’infinito mare. Una donna sofisticata e fiera, di quelle i cui silenzi sono eloquenti, di quelle i cui sguardi dignitosi sembrano sussurrarti: io ci sono, ce l’ho fatta, anche questa volta. Puoi amarla, puoi odiarla, alla fine ti mancherà. E la sognerai nelle sere d’estate, cercherai di indovinare il suo profilo nella penombra dell’alba, la scruterai, la spierai, misurerai le sue forme con la forza del tuo pensiero, e aspetterai che sia mattina per poterla riabbracciare. Più te ne separi, più vuoi tornare. Devi lasciarla per apprezzarla, devi partire, andare via. E più sarai lontano, più forte quel cordone tirerà. E allora vorrai tornare, e tornerai. E lei sarà lì ad aspettarti, chiusa in uno dei suoi silenzi eloquenti, a fissarti con uno di quegli sguardi che sembrano sussurrarti: questa volta resta.

Per leggere la prima parte clicca qui.

In copertina la Sicilia (foto tratta da etnatao.com)

L’importanza di essere isolano – 1/2

Come forse ha capito chi ha visto l’ultima foto che ho pubblicato sul mio profilo, ieri sera sono stato a una piccola festa di paese. Ci sono andato per rinnovato spirito di partecipazione alla vita paesana, non certo perché la serata si preannunciasse particolarmente divertente. E difatti le aspettative non sono state deluse, a meno che non si ritenga divertente rimanere tutto il tempo ciondolante contro un palo della luce a contemplare rare coppiette di arzilli signori che improvvisano tanghi e tarantelle.

Ero lì che li che osservavo con visibile disinteresse quando mi si è fatto vicino un bellissimo pastore tedesco di grossa taglia. Mi giro, lo accarezzo, lui mi azzanna, non fa in tempo a staccarmi un braccio, che la padrona accorre per salutarmi porgendomi la mano ed echeggiando con ostentato sarcasmo: eh ormai tu sei diventato continentale! Si badi bene, avrei evitato volentieri quel saluto, non per malcelata ritrosìa nei confronti della povera vicina di quartiere, piuttosto perché la mia mano grondava saliva di cane (non proprio piacevole al tatto!). Tuttavia, se l’avessi schivata, l’atto sacrificale di quel masochistico spirito di partecipazione paesano che mi aveva indotto a staccarmi dal divano per andare alla festa in piazza sarebbe stato miseramente vanificato da questo che invece sarebbe apparso come un atto di scortesìa nei confronti della signora. Così ho teso il braccio a mia volta e, rispondendo imbarazzato: ma no, no, io sono un isolano!, ho stretto la mano della malcapitata.

Ora, passi pure la stretta di mano un po’ collosa (non era colpa mia, stavo pure per rimettercela, la mano!), ma quell’isolano non è affatto passato. Anzi, diciamo che è passato, ma evidentemente non inosservato! Tant’è che appena mi è uscito di bocca, la povera signora mi ha guardato con occhi strabuzzati trattenendo un chiarissimo e schifato: cos’è che sei?. Sono siciliano!, ho subito aggiunto per correggere il tiro.

Certo il suggerimento di quella parola è stato un affondo del subconscio che, avendola spesso incontrata nel labirinto dei miei pensieri, adesso, traditore, me la faceva pronunciare in un modo così banale da costringermi a correggerla immediatamente. In effetti lo status di isolano, che ho imparato a riconoscermi e ad apprezzare, mi ha spesso piacevolmente condotto in profonde riflessioni. Così profonde che adesso, incontrollate, venivano a galla. Ma evidentemente non era il momento giusto, né quella l’interlocutrice adatta.

Si dica pure che sono un eterno inguaribile romantico (forse è vero, nel senso letterario del termine), ma non posso negare che esser nato e cresciuto su un’isola mi procuri un certo moto di orgoglio interiore. Non è tanto la bellezza dell’isola come luogo ad attrarmi, quanto piuttosto l‘idea di isola. È come dire che una donna affascini non per la sinuosità delle sue forme o per il colore degli occhi, ma già solo per il fatto stesso di essere donna. È l’idea di qualcosa, che forse in senso platonico, prescinde l’involucro in cui ha preso forma. D’altronde gli oggetti di un’isola non sono poi tanto diversi da quelli che si trovano altrove: gli alberi vi crescono come sulla terraferma, gli uccelli cinguettano allo stesso modo e non diversamente vi sorge e tramonta il sole.

L’isola come luogo non è che terra. Magari aggraziata, ben composta, suggestiva; ma pur sempre terra. Un uomo che non sappia di trovarsi su un’isola, non distinguerebbe le sue coste da quelle della terraferma, così come non potebbe distinguerne la vegetazione che la colora, gli animali che la popolano, gli astri che la rischiarano. L’isola come idea, però, è altra cosa. Pur sempre terra, certo, ma terra evocatrice, egoista, fragile e coraggiosa, concentrato di energia che ammalia e seduce col suo canto ancestrale.

L’isola è il resto di una sottrazione ridotto a trovare riparo in se stesso, lontano dal conforto del continente; è il rifiuto di un ricordo sfuggito alla memoria, costretto per sopravvivere a lottare contro le eterne vessazioni della natura. Cos’è un’isola se non un residuo della stessa terra che l’ha partorito e abbandonato? L’idea di isola è metafora pura dell’esistenza umana. Non siamo forse coscienza che si è fatta carne per gettarsi in balìa di questo mare, or quieto or tempestoso, che chiamiamo vita?

Chi ha la fortuna di nascere isolano sperimenta ogni giorno una forma misteriosa di simbiosi indissolubile con la terra che l’ha reso suo figlio; è essa una fonte inestinguibile di taciuta saggezza, nelle cui acque immateriali specchiarsi per conoscersi, alle quali tornare per non perdersi. L’uomo che nasce su un’isola non è che un frammento di quella già frammentata realtà, non è che un piccolo avanzo di quel resto. Chi nasce su un’isola è espressione ultima, fatta pensiero consapevole, di un’eco disperata e fiera, che vibra sempiterna attraversando ogni cristallo di quel residuo di terra ripudiato. Questa credo sia la ragione più profonda dell’inestricabile nodo che tiene legato un isolano alla sua isola. È troppo suadente la voce di quell’istinto perché il cuore di chi è nato su un’isola, ovunque la vita lo spinga, possa sfuggirne al richiamo.

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In coperina l’Isola Bella di Taormina